È il caso di affidarsi solo a Google per il proprio marketing?

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Premettiamo una cosa: Google è ancora un must al momento, quindi stiamo per fare un discorso di sinergia tra più sistemi e di politiche di marketing sul medio e lungo termine (1-5 anni).

Partiamo da una considerazione, Alphabet (la holding che possiede Google) ha per lungo tempo avuto come unico introito quello delle pubblicità sul motore di ricerca che ha quasi monopolizzato il mercato. Il suo modello di business è molto semplice in questo senso: il 3% (circa) degli utenti di Google genera introiti tali da coprire i costi del rimanente 97% di utenti gratuiti. Traducendo: gli inserzionisti pagano tutti i costi della gestione del colosso della ricerca e rimangono pure ampi margini di profitto.

Il primo trimestre del 2017 ha però mostrato una perdita di introiti publicitari del 23%.

Inoltre, Alphabet ha iniziato a diversificare gli investimenti, puntando molto sull’intelligenza artificiale (da Google Translate alle auto che si guidano da sole) e anche sui servizi di cloud computing, lanciando un chiaro segnale: servono altri canali per generare introiti.
Secondo alcuni analisti potrebbe però essere già tardi, perché altre aziende (come Amazon, Microsoft, IBM e Facebook) hanno iniziato queste politiche ben prima, posizionandosi al momento in maniera migliore.

Ma come fa tutto questo ad influire sulle politiche di marketing di un’azienda?

Le ricerche in questo senso parlano chiaro ed emergono alcuni aspetti:

  • Le persone spesso e volentieri non utilizzano computer. Anche in Italia ormai circa il 50% del traffico internet avviene tramite smartphone, e la categoria di utenti dai 18 ai 30 anni di età spesso ha solamente il telefonino come strumento informatico. Questo, per Google, è un grosso problema. Molti dispositivi hanno già degli ad blockers preinstallati (su quelli che non li hanno possono essere comunque installati facilmente), che vuol dire che è possibile bloccare tutte le pubblicità in fase di navigazione, soprattutto quando si tratta di dispositivi Apple. In più le dimensioni degli schermi non consentono a Google di pubblicare la stessa mole di annunci, il che provoca una riduzione degli investimenti in pubblicità da parte delle aziende, o una forzata riduzione dei prezzi per le pubblicità, e quindi una riduzione degli introiti per Google.
    Poi c’è il discorso che il mondo degli smartphone gira attorno alle app, che sono strumenti dedicati e immediati. Non c’è bisogno di un browser per usare Amazon o Facebook, c’è la app.
  • Quando si tratta di ricerche “monetizzabili”, cioè di persone che non cercano ad esempio informazioni sull’ultima serie TV ma che cercano invece prodotti da acquistare, il 52% degli utenti utilizza Amazon come primo canale di ricerca. Questa svolta chiaramente implica una riduzione nell’impatto dei Google Ads sulle vendite dei prodotti, dovuta anche al modo pressoché perfetto di gestire gli acquirenti da parte di Amazon (consegne precise, garanzie, ecc).
    Il grafico qui sotto mostra chiaramente il trend tra il 2014 e il 2016.
  • Quando si tratta di informazione pura, sempre più persone utilizzano Facebook e non Google. Per assurdo, esistono aziende che non hanno un vero e proprio sito internet ma riescono a gestire totalmente il proprio business tramite Facebook. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che Facebook permette un livello di interazione mediamente molto più alto di un sito internet. L’unica eccezione sono forse le aziende di grandi dimensioni, con un personale addetto alle pubbliche relazioni, un sistema di chat ecc (nel qual caso il sito internet è ancora uno strumento primario). Però tali aziende utilizzano anche Facebook per comunicare coi propri clienti. La prova pratica è molto semplice: provate ad andare sulla pagina Facebook di una media o grande azienda e chiedere informazioni e chiedete le stesse informazioni via email. Noterete che nella maggior parte dei casi arriverà prima una risposta via Facebook. Ma in fondo anche noi utenti, quante volte cerchiamo informazioni su una persona o anche su un’azienda tramite Facebook? Ci permette di applicare il detto “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, di vedere come gli individui e le aziende si rapportano col pubblico e così via.

Tutto questo discorso ci porta a delle semplici conclusioni.
Vale ancora la pena produrre contenuti di qualità per il proprio sito? Sì, sempre. I contenuti di qualità non sono solo ben visti da Google perché generano traffico e quindi permettono al sito di posizionarsi bene nelle ricerche organiche. Servono su qualunque piattaforma, sono il vostro biglietto da visita rispetto al vostro pubblico di acquirenti. Un utente che legge con interesse i vostri contenuti è un probabile cliente ed inoltre constribuisce a diffondere i contenuti stessi.

Vale la pena investire molto in SEO, SEM e Google Ads? Non come fino a pochi mesi fa. Ci sono altri trend ed altre piattaforme. Un esempio su tutti: chi ha come target principale un pubblico femminile, dovrebbe seriamente prendere in considerazione la creazione di un profilo su Pinterest (80% di utenti donne). Anche il trend dei video non è da sottovalutare (vedi Snapchat). Dopotutto i video costituiscono un buon 80% del traffico totale del web e psicologicamente coinvolgono più del normale advertisement statico.

Certo, non stiamo suggerendo di abbandonare Google completamente e immediatamente, ma solo di aprirsi ai nuovi orizzonti che si stanno rapidamente creando da un anno a questa parte.

By Infinity

Fonti:

Ad-blockers: https://pagefair.com/blog/2017/adblockreport/
Espansione di Amazon: https://www.geekwire.com/2017/amazon-continues-grow-lead-google-starting-point-online-shoppers/  (Raymond James Research)
Profitti di Google: http://www.theaustralian.com.au/business/wall-street-journal/google-revenue-per-ad-click-falls-23-per-cent-in-quarter/news-story/7a2826ff49b4e1c2dc6a5123167a0653 (Wall Street Journal)

Bing è in crescita, non sottovalutatelo!

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Fino a pochi mesi fa era considerato come una Cenerentola. “Il tuo sito è posizionato su Bing?” “Sì, ma poco importa, mi concentro su Google”. Ma Bing è in crescita, una crescita piuttosto vigorosa pure in Italia.

Forse perché è stato incluso di default nel browser Edge che equipaggia tutti i dispositivi Windows 10, forse per l’integrazione con Cortana e Office, forse perché ha creato un proprio pubblico in questi anni. I dati dell’ultimo trimestre del 2016 diffusi da Microsoft parlano di un volume di ricerche del 10% effettuato tramite Bing da utenti italiani. Sembra poco se paragonato all’80% di Google, ma si tratta di un raddoppio del volume delle ricerche in meno di due anni.

Questo trend positivo deve far riflettere anche chi si occupa di marketing e posizionamento dei siti. Se prima essere posizionati bene su Bing era semplicemente un plus, adesso diventa un fattore importante. Un 10% del volume di ricerca annuale diventa un numero consistente di utenti che utilizzano il motore di ricerca targato Microsoft. Bisogna tenere anche conto del fatto che si inizia a parlare di rompere i monopòli in campo high tech. Si vuole quindi spingere la creazione di concorrenza per i colossi come Google. La frammentazione che ne seguirebbe, renderebbe ancor più importante la propria presenza digitale su altri motori di ricerca, Bing in primis.

A questo va aggiunto il fatto che Microsoft ha fatto decisamente un buon lavoro col browser Edge, che è andato a rimpiazzare l’ormai obsoleto Internet Explorer. Questo fa sì che l’utente medio (quello che lascia i settaggi di default per intenderci) sia portato ad utilizzarlo a scapito di Chrome, andando a favorire tutto il parco di servizi Microsoft.

Il nostro consiglio? Puntare decisamente su Google ma iniziare a studiare come funziona Bing. Provate a chiedere a chi si occupa del posizionamento del vostro sito anche un report che riguarda proprio Bing. La concorrenza su Bing è ancora relativamente bassa, vale la pena mettersi in gioco in questo momento!

By INFINITY

Via da WordPress?

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Da almeno un paio d’anni, sia per i siti basati su WordPress che per gli altri, si dice che il contenuto è il re, “content is king”. Ma con la diffusione capillare dei dispositivi mobili di navigazione e con la sempre crescente concorrenza presente in tutti i settori lavorativi, la situazione si è un po’ modificata.

Uno dei parametri più importanti per gli algoritmi di classificazione di Google è la velocità del sito. Quindi un sito veloce, a parità di contenuti, si piazzerà meglio su Google rispetto ad un sito più lento.

A questo punto iniziano i problemi. WordPress è una grande piattaforma che ormai si può usare per un numero vastissimo di tipologie di siti, ma come siamo messi a prestazioni in termini di velocità?

Male, no bene….dipende!

Possiamo subito dire che per sua stessa natura un sito WordPress non potrà mai essere veloce come un sito fatto su misura in PHP (stesso linguaggio usato per WordPress). Non è una questione di preferenze, è così perché WordPress, essendo molto flessibile, è composto da moduli standard che vanno a ingrandire la dimensione delle pagine anche quando non vengono utilizzati. Se poi ai moduli standard aggiungiamo magari qualche plugin per avere funzionalità extra, la cosa si accentua ancora di più.

Utilizzando un tool per la misurazione della velocità dei siti (Pingdom – https://tools.pingdom.com) il nostro sito aziendale basato su WordPress ha impiegato in media 1.8 secondi a caricare la homepage completa.
Un (vecchio) sito fatto su misura per un cliente anni fa, pur avendo anch’esso parecchie immagini in homepage, ha però impiegato 0.8 secondi a caricare la homepage. Meno della metà del tempo!

Sì, 1.8 secondi è comunque un buon tempo, anche in questo momento storico di siti super veloci.  Nella maggior parte dei casi però, i siti che vediamo fatti con WordPress sono più nell’ordine dei 4-6 secondi per il caricamento delle pagine, con picchi che arrivano anche a 8.

Dovete abbandonare WordPress per questo? No.

A meno che non abbiate esigenze di velocità particolarmente elevate (soprattutto con alti volumi di traffico), potete usare WordPress senza problemi ma con alcuni accorgimenti.

Beh, diciamo che a parte rivolgervi a dei professionisti (tipo noi, tremendo marchettone!), potete provare a eseguire le seguenti manovre:

  1. Limitate il numero dei plugin installati. Tenete pulita l’installazione eliminando tutto quello che non vi serve e cercate comunque di usarne il numero minore possibile. Tra l’altro andrete ad aumentare anche la sicurezza del sito.
  2. Limitate il numero di plugin in funzione. Ci sono certi plugin che non necessitano di funzionare sempre. Un tipico esempio sono quelli che controllano che i link siano funzionanti (tipo Broken Link Checker). Quando aggiornate il vostro sito (Cioè spesso! Mi raccomando!) attivatelo e fatelo girare, se è tutto a posto poi disattivatelo. Questo tipo di plugin consuma molte risorse di sistema, che su un hosting condiviso vuol dire rallentare il sito.
  3. Ottimizzate SEMPRE le immagini per internet. Se potete fate in modo che si carichino in maniera progressiva, così che non si veda mai uno schermo bianco mentre la vostra pagina si sta caricando nel browser. Se potete utilizzate Photoshop, ma esistono anche buoni tool gratuiti (tipo questo: http://luci.criosweb.ro/riot/download/)
  4. Se avete un hosting condiviso, cercate di non infilarci troppi siti. Altrimenti scatta la limitazione delle risorse macchina.
  5. Usate plugin di caching per velocizzare il caricamento delle pagine.
  6. Esistono plugin per la velocizzazione dei siti wordpress. Provatene qualcuno (o scriveteci per un consiglio). Eseguono alcune operazioni per ottimizzare lo scaricamento dei fogli di stile css e dei Javascript, andando ulteriormente a velocizzare il sito.

Tutti questi consigli  vi daranno ciascuno dei guadagni marginali di velocità, che però andando a sommarsi faranno la differenza per la velocità complessiva del vostro sito WordPress, e quindi per il vostro posizionamento. Il contenuto è sì il re, ma a meno che non abbiate dei contenuti che sono i più originali al mondo sugli argomenti che trattate, nessuno aspetterà 10 secondi per poterli leggere.

Meglio ottimizzare!

By INFINITY